Quando uno spazio diventa un bel ricordo.

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La felicità può assumere due forme distinte ma interconnesse: quella vissuta nel momento presente e quella ricostruita a posteriori. Come ha ben sintetizzato Daniel Kahneman, esistono due sé: il sé esperienziale e il sé narrativo, che non sempre sono in accordo su cosa significhi essere felici. Entrambe le forme di felicità sono comunque intimamente legate a un contesto, a uno spazio in cui l’esperienza prende forma e significato.

La felicità ricostruita è legata ad un ricordo e ad un confronto. Si tratta di ricostruzione retrospettiva (narrativa o riflessiva) costruita dopo l’esperienza, quando si valuta la coerenza tra ciò che si è vissuto e ciò che si desiderava o si riteneva giusto. È più legata al default mode network, al sé narrativo e alla memoria autobiografica. Coinvolge la corteccia prefrontale e strutture legate alla valutazione e al significato. Ha a che fare con la soddisfazione, il senso di pienezza, realizzazione, o gratitudine. Può accadere anche il sollievo dopo una risata di dieci anni prima non sia più provato poiché non più condiviso il senso umoristico, ma difficilmente l’euforia di un tramonto inatteso, o la quiete mentre si medita possa essere rinnegata nel tempo.

La felicità esperienziale è legata al qui e ora. È fugace, spesso intensa, difficilmente verbalizzabile. Dipende dall’attivazione dei sistemi dopaminergici e di reward, coinvolge strutture cerebrali come l’insula anteriore, l’amigdala, la corteccia orbitofrontale. È una risposta viscerale e sensoriale, che può emergere da una luce improvvisa, da un profumo inatteso, da una sinfonia di elementi che si allineano in un istante. Per la sua natura effimera non sempre lascia tracce consolidate nella memoria consapevole, ma ne lascia a livello inconscio.

La biofilia giustifica e spiega quali siano le costanti relative alle sensazioni di piacevolezza anche se il perché e il come esse si manifestino sono lasciati ad ipotesi, quella biofilica appunto, secondo cui è il nostro modo di evolverci nei millenni che ha determinato il processo cognitivo riguardo il bello, il buono e il giusto, ha stabilito delle regole quasi sempre responsabili dell’esperienza del piacevole. Si tratta di costanti che richiamano un coinvolgimento a volte di tipo cognitivo e a volte viscerale con gli elementi che ci circondano, e che sono un riferimento importante nella realizzazione degli ambienti.

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Entrambe queste esperienze formano la nostra personalità ed il nostro modo di codificare l’ambiente e le dinamiche in esso. La biofilia offre una chiave di lettura per comprendere le costanti che rendono uno spazio piacevole: la luce naturale, la presenza dell’acqua, i pattern naturali, la possibilità di rifugio e di apertura visiva, la coerenza percettiva. Tali elementi, frutto della nostra lunga evoluzione in ambienti naturali, costituiscono dei riferimenti relativamente stabili e universali per progettare ambienti in grado di attivare risposte positive, sia sul piano esperienziale che su quello riflessivo.  Questi riferimenti che ci aiutano a superare l’intoppo della soggettività dell’esperienza.

La neuroarchitettura si avvale dei principi di biofilia per dialogare anche con l’inconscio, e per tale motivo si alimenta di indagini da condurre soprattutto a livello psicologico, comportamentale e individuale, oltre che sensoriale.

Riflettiamo sull’immagine riporata in basso, dove vediamo un bimbo interagire con i cerchi d’acqua del lago. È un momento di meraviglia silenziosa, forse vissuto per la prima volta. Quel gesto, semplice e puro, può costituire un imprinting positivo che si fissa nella memoria. Ritrovarsi nello stesso luogo anni dopo potrà facilmente riattivare quella sensazione originaria, a meno che non siano intervenuti traumi successivi a modificare radicalmente l’associazione. Le fobie, infatti, sono casi limite che dimostrano quanto la soggettività possa sovrascrivere anche le più potenti sensazioni originarie.

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Tuttavia, proprio perché tali eccezioni esistono, la progettazione deve andare oltre la generalizzazione. La neuroarchitettura parte da regole basate sull’evidenza – le costanti percettive e affettive – ma affianca a queste un’indagine situata, critica, orientata alla complessità. Solo così è possibile progettare spazi veramente inclusivi, capaci di generare esperienze felici non solo in senso astratto, ma nella vita concreta e quotidiana delle persone.

In questo senso, la progettazione degli spazi non è solo questione estetica o funzionale, ma un atto profondamente etico, culturale, introspettivo: si tratta di costruire contesti in grado di favorire momenti felici e sereni, tanto nel presente quanto nella loro futura rievocazione.

Comment

Giusi Ascione

Architetto abilitato dal 1992, LEED Green Associate, con un’esperienza decennale all’estero presso studi di progettazione internazionali (Burt Hill, EMBT/ RMJM, Forum Studio/Clayco). Rientra in Italia nel 2008 per avviare ABidea, dedicato alla progettazione e al retrofit. Nel frattempo presta consulenza presso Proger Spa, NeocogitaSrl, collabora con il GBCItalia. Consulente architetto per spazi rigeneranti e formatore di CFP per architetti, è coinvolta anche in attività di ricerca interdisciplinare centrata sulle relazioni tra il comportamento umano e lo spazio costruito. (EBD - Environmental Psychology)

Zoom-in o Zoom-Out. Come approcciarsi alla neuroarchitettura?

Gli articoli scientifici sugli aspetti psicologici della architettura sono in grande aumento, specialmente se si considerano gli ultimi 5 anni. Tendenzialmente si assiste ad una proliferazione di ricerche che analizzano aspetti molto specifici come, per esempio, quelle che si dedicano alla relazione tra diverse forme geometriche ed i livelli di stress o ansia, oppure quelle che indagano l’influenza dei diversi parametri luminosi sul stato di allerta.

Piccoli frammenti di un puzzle complesso che è quello che rappresenta l’interazione delle persone nell’ambiente costruito.  Ma d’altra parte come pretendere di rivoluzionare l’approccio al design se non si fa riferimento all’evidenza scientifica, la cui attendibilità è legata all’osservazione di aspetti considerati isolatamente, pena la invalidazione del rapporto causa effetto del fenomeno osservato? 

iNTERNO VENEZIANO - G. Ascione

Esistono punti di vista che ritengono inefficace un tipo di approccio unicamente dettagliato e specifico, come quello del prof. Anjan Chatterjee, che nel suo articolo suggerisce un livello maggiore di astrazione per potere tenere a freno la considerazione di tante piccole variabili ingombranti, e quindi propone una maggiore attenzione sulle risposte psicologiche generiche delle persone all'ambiente. Il suo riferimento principale è una triade architettonica che consiste in 1) coerenza – quanto appare organizzato e leggibile uno spazio, 2) fascino – quanto complessa e ricca di informazioni è l’esperienza dello spazio, e 3) familiarità – quanto lo spazio genera un senso di appartenenza e comfort.

Una categorizzazione che sembrerebbe chiara e risolutrice in prima istanza, ma che sembra volgere lo sguardo indietro (e non mi riferisco alla triade vitruviana), verso le premesse di circa quaranta anni fa, quando si era agli albori della psicologia ambientale. All’epoca però la tendenza spingeva in direzione opposta, cioè si auspicava una sperimentazione rigorosa che producesse evidenze scientifiche e appigli per nuove teorie, le quali potessero comprendere e risolvere la complessità del tipo di indagine dissipando le incertezze e vaghezze.   

Già agli inizi degli anni 70, prima che si sviluppassero le neuroscienze, l’attenzione nei confronti della psicologia era molto forte, e  nasceva soprattutto da una pluralità di interessi che erano però esterni alla psicologia stessa (quella tradizionale), e la psicologia ambientale era una di queste.

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Uno studio del 1970 condotto da W.H. Ittelson, mette già in evidenza la difficoltà di ridurre l’esperienza di un spazio ad un rapporto semplice di causa-effetto, tra lo spazio e la persona, sia che si consideri prima l’uno o l’altro. Essa dimostra, con dati alla mano, quanto fenomeni di interazione semplice determinino situazioni molto poco scontate e soggette a dinamiche psicologiche non proprio intuitive. Lo studio osserva il comportamento di due gruppi di pazienti di un stesso ospedale psichiatrico che si distinguono rispetto a due diverse sistemazioni. Un gruppo viene sistemato in una struttura di camere multiple, mentre il secondo gruppo è accomodato in camere individuali.  Nell’ipotesi semplicistca di causa-effetto tra spazio ed individuo, verrebbe da aspettarsi che lo spazio condiviso agevolerebbe un’interazione sociale maggiore, e che invece un comportamento più introverso verrebbe registrato nel gruppo di coloro che alloggiano in camere individuali. Accade invece completamente il contrario perché le persone reagiscono non tanto direttamente all'offerta esplicita ma alla percezione di libertà che tale di quella scelta che ne deriva. Si verifica quindi che un maggior numero di interazione è registrato  nella struttura a camere singole, perché si verifica una percezione di un più vasto margine di possibilità alternative, cosa che invece le stanze  multiple non mettono a disposizione. Quando si parla di gioco di sponda in un precedente articolo di questo journal si fa riferimento proprio a queste serie di rimbalzi tra elementi fisici e non,  ma anche a  logiche di insieme, cioè di sistemi complessi che è difficile congelare e replicare in quanto legati  a situazioni contingenti.

Nel campo delle neuroscienze applicate al design succede anche che, a seconda del punto di vista adottato, le cose vengono interpretate e analizzate in modo diverso. L'architetto tende a vedere lo spazio come stimolo alla risposta comportamentale della persona-utente, mentre  lo psicologo imposta l’indagine in maniera opposta, vedendo le  persone come determinanti  delle caratteristiche dell’ambiente  (nonostante considerino elementi fisici inamovibili). Questo rende il dialogo interdisciplinare estremamente complicato. 

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A rendere ulteriormente complicata l’anticipazione di certe dinamiche spaziali, in vista di una progettazione di qualità che risponda alle aspettative, è il fatto che il  successo  dipende dalla chiarezza dell'obiettivo prefissato. Il tempo è un elemento che discrimina molto i tipi di indagine. Cerchiamo un effetto a breve o a lungo termine? Qual è lo scopo dell’analisi, siamo interessati a guidare le persone nell’esperienza dinamica di un ambiente, e a valutare le loro possibili scelte comportamentali, oppure cerchiamo un’atmosfera da sogno, per un effetto rigenerante all’istante? In poche parole parliamo di una sala di attesa in una stazione oppure di un percorso museale, o, ancora diversamente, pensiamo ad un’area per il co-working?  

Applicare la scienza, che siano neuroscienze, statistica, o le conoscenze di psicologia comportamentale, non danno una garanzia di completo controllo del progetto, ma danno garanzia sulla cura di alcuni aspetti che si stabiliscono come prioritari, che sono poi quelli richiesti dal committente, sia esso mosso da interessi privati o da esigenze e aspettative etico-sociali del pubblico.  Non si tratterà mai di una previsione completa di quello che accadrà in quello spazio ma sicuramente è un modo per anticipare gli aspetti considerati, e decidere a quali dedicarsi in modo particolare. Siamo consapevoli che ci troviamo di fronte a fenomeni “organici” perché umani, pertanto il team di progettazione necessita un lavoro di coordinamento di vari punti di vista e di diverse capacità creative per risolvere conflitti.

Un approccio artigianale si potrebbe definire, anche se il termine suona molto strano in un’epoca pervasa dalla tecnologia AI.