Progettare le differenze senza stereotipi

Immagine da Unsplash.com

Esistono fattori endogeni che contribuiscono a determinare differenti reazioni e comportamenti rispetto all’ambiente. Molto spesso, queste differenze vengono attribuite alle categorie di appartenenza — genere, età, ruolo sociale, provenienza culturale — ritenute capaci di predisporre a competenze, sensibilità e modalità di azione differenti.

Nel campo della neuroarchitettura, la differenza di genere è tra le meno tematizzate in modo sistematico, ma spesso agisce in modo implicito nelle scelte progettuali. Nonostante molte argomentazioni in questo ambito mostrino ancora una certa fragilità, perché basate su osservazioni superficiali più che su analisi rigorose, resta fondamentale mantenere alta l’attenzione sul tema più generale della diversità. È proprio la capacità di confrontarsi con la variabilità umana, infatti, a costituire uno dei punti di forza della buona architettura e uno degli elementi distintivi della neuroarchitettura.

In effetti, esistono ricerche e sperimentazioni che confermano la presenza di alcune tendenze comportamentali ricorrenti, maschili e femminili, nel modo di rispondere a determinate configurazioni spaziali. Si tratta però di tendenze, non di essenze, e vanno sempre lette alla luce dell’intreccio tra fattori biologici, culturali e situazionali.

Si considerino, ad esempio, alcuni ambiti pubblici come ristoranti o bar. In questi contesti, convenzioni sociali, abitudini apprese e reazioni fisiologiche si intrecciano e restituiscono configurazioni comportamentali riconoscibili. Lo spazio personale e intimo varia nei suoi confini e nelle sue dimensioni, rivelando una diversa percezione e interpretazione delle distanze tra le persone. Un esempio ricorrente riguarda la postura assunta alle sedute dei banconi: tra donne è più frequente una disposizione frontale, che facilita il contatto visivo e lo scambio diretto; tra uomini, invece, si osserva più spesso una disposizione laterale, in cui la conversazione avviene senza un costante confronto degli sguardi. Si tratta di abitudini determinate da ruoli e convenzioni sociali, o di esigenze comunicative differenti? E soprattutto: possono cambiare nel tempo?

immagine da Unsplash.com

Se l’obiettivo della progettazione è anticipare le aspettative degli utenti e proporre configurazioni quanto più possibile congeniali, questa attenzione alle tendenze comportamentali non solo è lecita, ma può risultare auspicabile. Occorre tuttavia essere pronti a un aggiornamento continuo: sia quando il cambiamento emerge dal basso, come espressione dell’evoluzione antropologica e culturale, sia quando viene promosso dall’alto, per volontà della committenza o per una precisa scelta progettuale, purché eticamente fondata.

In questo secondo caso, il progetto può anche decidere di non limitarsi ad assecondare le aspettative, ma di metterle in crisi, introducendo stimoli destabilizzanti che inducano usi inconsueti dello spazio. La risposta può essere positiva, producendo un nuovo equilibrio; ma può anche essere vissuta come una provocazione o generare disagio. È qui che il progetto smette di essere neutro e assume una funzione culturale.

La sperimentazione neuroarchitettonica — sia in fase di analisi iniziale sia in fase di verifica finale, ad esempio all’interno di un processo di ristrutturazione — ricorre spesso a tipizzazioni per cogliere la variabilità umana. Ma proprio qui si apre un rischio importante: quello di cadere nella trappola delle semplificazioni e degli stereotipi, cioè di quelle “immagini nella mente” che utilizziamo per interpretare la realtà sociale, per riprendere Lippmann. Gli stereotipi sono scorciatoie cognitive che generalizzano caratteristiche, comportamenti e abilità di un gruppo; proprio per questo possono diventare strumenti di distorsione, producendo svantaggio per il gruppo osservato o per quello che osserva.

Per superare questo limite non basta rinunciare alle categorie: occorre usarle con metodo, cautela e consapevolezza critica. In particolare, può essere utile andare oltre la semplice considerazione dei valori medi, che tendono a uniformare i dati e a nascondere le asimmetrie, gli scarti, i picchi. In molti casi, la mediana descrive meglio il comportamento tipico del sistema, perché è meno sensibile agli estremi e restituisce una visione più stabile della distribuzione. In altre parole, aiuta a non appiattire la realtà, ma a coglierne meglio le sfumature.

rappresentazione del valore mediano, non medio

Questa cautela è particolarmente importante quando si affrontano differenze che rischiano di essere lette in modo pseudo-scientifico. Si prenda il caso del senso dell’orientamento e delle abilità di navigazione spaziale. In media, i giovani mostrano prestazioni migliori rispetto agli anziani: si tratta di una tendenza fisiologica nota, pur con le eccezioni che sempre accompagnano ogni regolarità statistica. Questa informazione può essere utile, ad esempio, nel decidere se privilegiare un’esperienza dello spazio di tipo allocentrico o egocentrico in una RSA, rispetto a quanto potrebbe accadere in un contesto scolastico. Ma privilegiare non significa escludere: il progetto più adeguato è quello che orienta senza rigidamente chiudere le alternative.

Più delicata è invece la questione delle differenze attribuite al genere. Studi recenti hanno rivisitato criticamente la convinzione secondo cui gli uomini sarebbero naturalmente più abili delle donne nella navigazione spaziale. In molti casi, l’analisi ha mostrato che le stesse procedure sperimentali o il modo in cui vengono formulate le domande contengono pregiudizi impliciti che influenzano le risposte. Qui entra in gioco la cosiddetta minaccia dello stereotipo: una pressione psicologica che si attiva quando un individuo tende a confermare il pregiudizio associato al proprio gruppo di appartenenza. Questo fenomeno può ridurre la prestazione e la motivazione indipendentemente dalle capacità reali.

Da qui deriva una conseguenza importante per la progettazione: anche quando si osservano differenze statistiche o tendenze ricorrenti, è essenziale interrogarsi sulle condizioni che le producono, per evitare di tradurre in forma spaziale premesse discriminatorie. L’obiettivo non è negare le differenze, ma comprenderle meglio, distinguendo ciò che è fisiologico da ciò che è culturalmente indotto, e ciò che merita di essere accolto da ciò che, invece, andrebbe trasformato.

Quando uno spazio diventa un bel ricordo.

immagine da unsplash.com

La felicità può assumere due forme distinte ma interconnesse: quella vissuta nel momento presente e quella ricostruita a posteriori. Come ha ben sintetizzato Daniel Kahneman, esistono due sé: il sé esperienziale e il sé narrativo, che non sempre sono in accordo su cosa significhi essere felici. Entrambe le forme di felicità sono comunque intimamente legate a un contesto, a uno spazio in cui l’esperienza prende forma e significato.

La felicità ricostruita è legata ad un ricordo e ad un confronto. Si tratta di ricostruzione retrospettiva (narrativa o riflessiva) costruita dopo l’esperienza, quando si valuta la coerenza tra ciò che si è vissuto e ciò che si desiderava o si riteneva giusto. È più legata al default mode network, al sé narrativo e alla memoria autobiografica. Coinvolge la corteccia prefrontale e strutture legate alla valutazione e al significato. Ha a che fare con la soddisfazione, il senso di pienezza, realizzazione, o gratitudine. Può accadere anche il sollievo dopo una risata di dieci anni prima non sia più provato poiché non più condiviso il senso umoristico, ma difficilmente l’euforia di un tramonto inatteso, o la quiete mentre si medita possa essere rinnegata nel tempo.

La felicità esperienziale è legata al qui e ora. È fugace, spesso intensa, difficilmente verbalizzabile. Dipende dall’attivazione dei sistemi dopaminergici e di reward, coinvolge strutture cerebrali come l’insula anteriore, l’amigdala, la corteccia orbitofrontale. È una risposta viscerale e sensoriale, che può emergere da una luce improvvisa, da un profumo inatteso, da una sinfonia di elementi che si allineano in un istante. Per la sua natura effimera non sempre lascia tracce consolidate nella memoria consapevole, ma ne lascia a livello inconscio.

La biofilia giustifica e spiega quali siano le costanti relative alle sensazioni di piacevolezza anche se il perché e il come esse si manifestino sono lasciati ad ipotesi, quella biofilica appunto, secondo cui è il nostro modo di evolverci nei millenni che ha determinato il processo cognitivo riguardo il bello, il buono e il giusto, ha stabilito delle regole quasi sempre responsabili dell’esperienza del piacevole. Si tratta di costanti che richiamano un coinvolgimento a volte di tipo cognitivo e a volte viscerale con gli elementi che ci circondano, e che sono un riferimento importante nella realizzazione degli ambienti.

immagine da unsplash.com

Entrambe queste esperienze formano la nostra personalità ed il nostro modo di codificare l’ambiente e le dinamiche in esso. La biofilia offre una chiave di lettura per comprendere le costanti che rendono uno spazio piacevole: la luce naturale, la presenza dell’acqua, i pattern naturali, la possibilità di rifugio e di apertura visiva, la coerenza percettiva. Tali elementi, frutto della nostra lunga evoluzione in ambienti naturali, costituiscono dei riferimenti relativamente stabili e universali per progettare ambienti in grado di attivare risposte positive, sia sul piano esperienziale che su quello riflessivo.  Questi riferimenti che ci aiutano a superare l’intoppo della soggettività dell’esperienza.

La neuroarchitettura si avvale dei principi di biofilia per dialogare anche con l’inconscio, e per tale motivo si alimenta di indagini da condurre soprattutto a livello psicologico, comportamentale e individuale, oltre che sensoriale.

Riflettiamo sull’immagine riporata in basso, dove vediamo un bimbo interagire con i cerchi d’acqua del lago. È un momento di meraviglia silenziosa, forse vissuto per la prima volta. Quel gesto, semplice e puro, può costituire un imprinting positivo che si fissa nella memoria. Ritrovarsi nello stesso luogo anni dopo potrà facilmente riattivare quella sensazione originaria, a meno che non siano intervenuti traumi successivi a modificare radicalmente l’associazione. Le fobie, infatti, sono casi limite che dimostrano quanto la soggettività possa sovrascrivere anche le più potenti sensazioni originarie.

IMMAGINE DI n. dE PISAPIA

Tuttavia, proprio perché tali eccezioni esistono, la progettazione deve andare oltre la generalizzazione. La neuroarchitettura parte da regole basate sull’evidenza – le costanti percettive e affettive – ma affianca a queste un’indagine situata, critica, orientata alla complessità. Solo così è possibile progettare spazi veramente inclusivi, capaci di generare esperienze felici non solo in senso astratto, ma nella vita concreta e quotidiana delle persone.

In questo senso, la progettazione degli spazi non è solo questione estetica o funzionale, ma un atto profondamente etico, culturale, introspettivo: si tratta di costruire contesti in grado di favorire momenti felici e sereni, tanto nel presente quanto nella loro futura rievocazione.

Comment

Giusi Ascione

Architetto abilitato dal 1992, LEED Green Associate, con un’esperienza decennale all’estero presso studi di progettazione internazionali (Burt Hill, EMBT/ RMJM, Forum Studio/Clayco). Rientra in Italia nel 2008 per avviare ABidea, dedicato alla progettazione e al retrofit. Nel frattempo presta consulenza presso Proger Spa, NeocogitaSrl, collabora con il GBCItalia. Consulente architetto per spazi rigeneranti e formatore di CFP per architetti, è coinvolta anche in attività di ricerca interdisciplinare centrata sulle relazioni tra il comportamento umano e lo spazio costruito. (EBD - Environmental Psychology)

Una nuova tassonomia per cogliere la complessità dell'esperienza spaziale

Da tempo si parla di semantica degli spazi, ma spesso ci si limita a un vocabolario semplice e riduttivo rispetto alle concrete esigenze di rappresentare il fenomeno complesso del vivere un ambiente. Esperire un luogo costruito, oltre che uno naturale, significa recepire una sequenza di suggerimenti o comandi impliciti da un contesto specifico, ma anche dialogare con una situazione che oscilla tra equilibri instabili, influenzata dall’interazione con altre persone. Non si tratta solo di ascolto, ma di un dialogo osmotico, tanto più complesso quanto più si vogliono cogliere le sottili sfumature dell’esperienza e le sensazioni soggettive, spesso effimere.

Diventa necessario elaborare una nuova tassonomia, un vocabolario più ricco e sfumato, capace di descrivere questi fenomeni. Solo un linguaggio più espressivo e sofisticato può restituire una maggiore consapevolezza dell’esperienza, facilitando una lettura più obiettiva dei fenomeni reali di causa ed effetto. Non si tratta solo di modulare colori, luci, suoni e proporzioni—elementi che già evidenziano la complessità del rapporto tra spazio e utente—ma di considerare anche altre caratteristiche spaziali più sottili. Queste includono le sinestesie, il tempo e le modalità con cui viene percepito, fino ad arrivare alle esperienze più mistiche e trasformative, spesso evocate dall’interazione con l’arte.

Foto di G.Ascione

Le persone, in generale, non hanno una chiara comprensione di come desiderano vivere uno spazio o di come effettivamente lo vivono. Gli adulti non sono così diversi dai bambini, che sappiamo osservare in modo più critico, e questi ultimi, a loro volta, non sono poi così distanti dalle piante, con il loro istinto a decodificare i luoghi, a interagirvi per migliorarsi e, semplicemente, per vivere. Questo istinto di sopravvivenza, un processo osmotico di cui sopra, è sempre meno considerato nell’architettura contemporanea. Tale disattenzione si accompagna a una mancanza di linguaggio adeguato, una sintassi che possa meglio relazionare ruoli semantici fondamentali per interpretare correttamente i significati spaziali e le loro relazioni.

Analizzare lo spazio architettonico con una scala valoriale nuova è una sfida che coinvolge numerosi gruppi di lavoro, interessati a progettare spazi funzionali e rigeneranti. L’obiettivo è sviluppare una metodologia capace di cogliere, in modo completo, le influenze dei fattori spaziali, osservandoli soprattutto nella loro accezione psicologica e cognitiva. La nuova semantica dello spazio non sceglie più luci, colori e forme in modo arbitrario o legato a un mood generico, ma guida un processo progettuale inverso, che parte dall’utente e dalle infinite possibili influenze del contesto sulle sue condizioni.

Il segreto è sviluppare un linguaggio che parli contemporaneamente ai due mondi, quello spaziale e quello umano, rendendo possibili confronti, relazioni causa-effetto e interpretazioni chiare, riducendo al minimo l’arbitrarietà. Ad esempio, un ingresso rasserenante in un ufficio istituzionale può bilanciare il timore di un visitatore che entra per la prima volta, così come una sala ambulatoriale “intima” e nel contempo “leggera” può mediare la mancanza di empatia di un medico. Definire un ingresso rasserenante o una sala empatica non richiede una rivoluzione culturale, ma un nuovo vocabolario per descrivere e catalogare l’architettura.

Alcuni architetti del secolo scorso, come Juhani Pallasmaa, hanno già da tempo introdotto termini come architettura aptica e architettura aurale, evidenziando come l’esperienza spaziale sia profondamente legata a percezioni sensoriali complesse. Tuttavia, questi termini, seppure ricchi di significato, sono spesso ridotti a definizioni tecniche: aptico è usato in riferimento alle interfacce digitali, mentre aurale è limitato ad esprimere un attributo legato al senso dell’udito.

In realtà, l’esperienza aptica in architettura è un prodotto finale dell’elaborazione sensoriale da parte dell’intero organismo rispetto al mondo esterno. Non si limita al tocco, ma coinvolge una dimensione esplorativa e coinvolgente, profondamente emotiva. La sensazione tattile, ad esempio, può essere percepita anche senza il contatto diretto, tramite l’aspettativa suscitata dalla vista di una texture o di un materiale, innescando un’esperienza intensa e corporea (teoria dell’embodiment).

Allo stesso modo, l’architettura aurale si distingue dall’acustica. Comprende l’interazione di superfici, geometrie e oggetti con il suono, considerando anche le risposte emotive e fisiche che tali ambienti generano. Spesso, il paesaggio sonoro si forma in modo casuale, con effetti positivi o negativi non intenzionali.

dal web

Creare una nuova tassonomia per descrivere questi livelli esperienziali superiori, insieme a un arricchimento del vocabolario derivato da un processo di discretizzazione—ossia la frammentazione e l'analisi dei momenti esperienziali—può offrire una lente d’ingrandimento sulla realtà, consentendo di coglierne tutte le potenzialità espressive e di interazione. Anche se la soluzione ideale potrebbe non esistere, un approccio del genere permetterebbe di comprendere e controllare meglio gli effetti collaterali, ovvero le reazioni fisiche ed emotive e quelle percezioni vaghe ma influenti che spesso sfuggono a una classificazione precisa.

Questa nuova sintesi, capace di integrare sensazioni, storie, ricordi e condizionamenti culturali, aprirebbe la strada a un’architettura più consapevole, umana e relazionale, capace di dialogare con chi la vive attraverso un linguaggio più ricco e sfumato.