La lentezza nell'esperienza architettonica
/La chiesa della Luce, Osaka. tadao ando
Nel contributo precedente abbiamo riflettuto su come la felicità più duratura non coincida con l’intensità del momento vissuto, ma con la sua ricostruzione retrospettiva: con la capacità del sé narrativo di integrare l’esperienza in una trama soggettiva, cioè filtrarla attraverso la memoria autobiografica e la propria indole, acquisendo coerenza, continuità e significato rispetto alla propria identità.
Un meccanismo analogo sembra emergere anche nell’esperienza estetica.
Uno studio coordinato dal professor Anjan Chatterjee ha indagato l’ipotesi che la slow looking, la visione prolungata e intenzionale di un’opera d’arte, favorisca un coinvolgimento emotivo più profondo e una maggiore integrazione cognitiva rispetto a una fruizione rapida. I risultati mostrano che quando l’osservazione si prolunga nel tempo si registra un maggiore coinvolgimento della corteccia prefrontale, area implicata nei processi di integrazione, valutazione e costruzione di significato.
Non si tratta semplicemente di “apprezzare di più” un’opera. La visione lenta sembra facilitare stati di compassione, sentimenti di elevazione e ciò che gli autori definiscono edificazione: la capacità di integrare ciò che si osserva con la propria esperienza di vita, generando nuovi significati personali. L’esperienza diventa così stratificata, multilivello, capace di sedimentare nel tempo e contribuire alla crescita interiore e persino alla consapevolezza sociale.
In un’epoca dominata dalla velocità, dall’immediatezza e dall’istantaneità, la scelta della lentezza assume un valore controcorrente, ma necessario. Non è solo una preferenza stilistica, ma una strategia cognitiva. Nei musei, la ricerca ha mostrato che spesso è necessario un intervento esterno per incoraggiare una permanenza più lunga davanti alle opere: operatori che invitano a soffermarsi, a osservare, a restare.
La domanda allora diventa più ampia: come rendere spontanea questa trasformazione?
Come favorire, non per imposizione ma per predisposizione ambientale, un modo di stare al mondo più lento e riflessivo?
Qui entra in gioco la progettazione dello spazio.
i drappi di metallo di k.kuma nella tromba scale di casa battlo’
Gli ambienti non sono neutri. Attraverso la luce, l’acustica, la matericità, le proporzioni e la configurazione percettiva, possono facilitare stati mentali più accelerati o più contemplativi. Un’illuminazione può essere aggressiva o avvolgente; un paesaggio sonoro può frammentare l’attenzione o sostenerla; la qualità aptica dei materiali può indurre distacco o prossimità.
Le componenti spaziali hanno ciascuna una propria declinazione, ma è nella loro armonizzazione che si genera un’atmosfera capace di orientare il comportamento. Non si tratta solo di layout, arredi o palette cromatiche: si tratta di comprendere come il sistema mente-corpo reagisce agli stimoli, anche a quelli più sottili e periferici.
In questo senso, promuovere lentezza, profondità e integrazione non è soltanto un esercizio culturale: è un compito progettuale che può fare riscorso a strumenti che la neurarchitettura già mette a disposizione attraverso la semantica degli spazi.