"Affordance" in architettura

Affordance significa invito

Esiste una forte analogia tra il design degli oggetti ed il design degli spazi, nonostante spesso i due campi di applicazione sembrano appartenere a due modi molto distanti tra loro, a causa di dinamiche economiche e di mercato molto diversi.

Affaccio sul golfo, Certosa San MArtino- NApoli . foto n. de pisapia

Affaccio sul golfo, Certosa San MArtino- NApoli . foto n. de pisapia

 Tale analogia si evidenzia attraverso il concetto di affordance..

Affordance significa invito, cioè  la capacità di capire la relazione che c'è tra l'utente e l'oggetto, nel caso del design del prodotto, oppure tra l'utente e lo spazio, nel caso del design dello spazio.

Nonostante il termine sia diffuso soprattutto nell’ambito del design industriale, il concetto si forma e si sviluppa in considerazione del rapporto tra gli esseri viventi e la natura. Un ciglio di una roccia che si sporge su uno strapiombo ha una sua specifica affordance per noi esseri umani: essa ci comunica di stare attenti e di fermarci, e di assumere determinante posture che non ci mettano a rischio di vita. Per un uccello lo stesso luogo può essere un invito a spiccare il volo per perlustrare la vallata che è oltre.

Il concetto di affordance è costantemente applicato allo spazio costruito in scala architettonica, ma non in modo pienamente consapevole. Esso si applica in modo automatico, attraverso il  perpetrarsi di tipologie validate e confermate nel tempo, a volte con profonda cognizione dei significati insiti,  altre volte (e questo è più il caso degli ultimi decenni) imposte dalle regole di mercato e di tendenze che poco hanno a che fare con le considerazioni sull’effettiva efficacia che i vari fattori spaziali possano avere per la nostra esperienza legata al luogo.  Spesso viene a mancare la consapevolezza del profondo legame che unisce lo spazio alla sua destinazione di uso, la metodologia progettuale rivela tale importante omissione con lo scarso successo dello spazio stesso, in termini di qualità di esperienza di vita e quindi anche di qualità estetica.

Eppure prima che i recenti sistemi di indagine e monitoraggio delle nostre reazioni cerebrali fossero disponibili,  grandi architetti del movimento moderno hanno approfondito queste tematiche e hanno avuto geniali intuizioni. Un esempio sono gli interni di Fallingwater, con i corridoi molto stretti e bassi che collegano le camere della zona notte, le cui dimensioni ridotte rispetto al resto della casa non possono lasciare indifferenti. Tale scelta è il  risultato di un profonda riflessione sulle sensazioni effimere ma profonde che caratterizzano il movimento nel luogo domestico e quindi il modo di percepire e vivere lo stesso, al di là delle considerazioni strettamente fisiche legate all’accessibilità (importantissime ma non le uniche a decretare la buona funzionalità).

ingresso LAtrina a 45 gradi in villa San MArco di Stabia .NA. foto G. Ascione

ingresso LAtrina a 45 gradi in villa San MArco di Stabia .NA. foto G. Ascione

E’ probabile che tale approccio abbia avuto a sua volta influenze dall’architettura greco-romana, nelle scelte progettuali adottate nelle ville fuori città (Villa San Marco di Castellammare di Stabia –nella foto), le quali adottano schemi più liberi, planimetrie e volumetrie fluide a risolvere e rispondere a esigenze molto particolari e più sofisticate. Anche qui infatti si ricorre a dilatazioni e restringimenti dei volumi, geometrie innovative, che rompono con le tendenze e le regole dell’epoca, e sembrano soddisfare egregiamente le aspettative di chi le vive, inviando messaggi sulle azioni da svolgere e sugli stati mentali propedeutici a tali azioni.

Quali indagini affronterebbero gli architetti del passato recente e trapassato se fossero attivi oggi ? Come accoglierebbero la disponibilità di strumenti scientifici capaci di misurare le reazioni psicologiche ed emozionali degli utenti di uno spazio progettato?  Quanti nuovi significati avrebbero creato e validato?

Il concetto di affordance rappresenta un valido strumento per giocare con gli spazi e creare esperienze del luogo molto ricche, perché i suggerimenti e gli inviti a compiere determinati gesti e azioni possono essere reali, ingannevoli, ambigui. L’importante è sapere usare bene il linguaggio spaziale per riuscire in ogni singolo scopo, premesso che la scelta degli scopi sia opportuna, rispettosa del benessere di chi dovrà occupare lo spazio e fatta  in piena libertà rispetto alle tendenze stilistiche e tecnologiche.

La distinzione tra spazio pubblico e privato è fondamentale per la buona riuscita del progetto  e nell’applicazione di questo approccio alternativo. Basti pensare al fattore “navigazione” che, se nel privato induce ad una familiarità del luogo raggiungibile dopo un minimo sforzo mnemonico iniziale, nell’ambito pubblico è causa di stress poiché il rapporto non continuativo con lo spazio non dà tempo alla memorizzazione. In tal caso l’uso e il dosaggio dei segni e significati del progetto sono altri elementi necessari, perché sono un indizio ulteriore al nostro processo cognitivo di interiorizzazione dello spazio. Una maggiore conoscenza e padronanza nell’orientamento si traduce in una maggiore rilassatezza nell’approccio al luogo e di conseguenza un maggiore apprezzamento dello stesso.

foto n. de pisapia

foto n. de pisapia

Non è forse questo che si chiede ai nuovi spazi urbani ?

E non sono anche tutti i fattori sopra considerati elementi necessari a dare credibilità e attrattiva ad un luogo nel lungo termine, dopo che gi effetti di meraviglia e di stupore  - anch’essi importanti e tipici del primo impatto -  si estinguono ?  







L'intelligenza naturale e la bellezza artificiale.

La presentazione TED del 2012 di Machael Hansmeyer sulle potenzialità del disegno digitale e programmato  (CAD)  ci lascia ancora oggi  in bilico, in uno  stupore che non sa se trasformarsi in meraviglia , scetticismo o speranza. Dopo alcuni anni possiamo appurare  che la stampa 3d  sia diventata una realtà che rende la riproduzione di forme complesse facile ed immediata. Anche l'intelligenza artificiale, ritornata in auge  grazie a  reinventati algoritmi di apprendimento,  rinnova la fiducia nella sua capacità di garantire prestazioni prima  di pertinenza esclusiva dell’intelligenza umana.  Ma possiamo considerare la stessa intelligenza umana priva di limiti? Essa  non è tuttora  capace di comprendere a fondo i segreti della natura e replicarne la casualità della sua evoluzione, l'armonia e la misura delle cose.  Nonostante ci siano a monte le più nobili intenzioni accade spesso che la progettazione di ambienti complessi e iper-performanti  offra, all'utente, esperienze negative e stressanti. Gli ambienti naturali vincono sempre e comunque su quelli artificiali: come mai?

Michael Hansmeyer crea algoritmi che generano forme affascinanti, con forme e sfaccettature che nessun uomo potrebbe disegnare a mano. Ma queste forme sono realizzabili e potrebbero rivoluzionare il modo in cui noi concepiamo le forme architettoniche.

Se ci fermiamo al fotogramma del minuto 3.50 del video ci troviamo davanti al tipico esempio di mostruosità generata da un algoritmo "andato fuori controllo".  Hansmeyer parla di un effetto visivo riconducibile a quello che rappresenta il rumore nel mondo uditivo. In poche parole si tratta di un processo errato che in natura si concluderebbe con  un aborto del processo stesso. 

La nostra biologia , il nostro essere parte di un ecosistema, stabilisce le regole del nostro rapporto con l'ambiente in cui viviamo. Si tratta di regole che sono  biologiche e anche estetiche, etiche  e sociali. Se una nostra sensazione sia positiva o negativa viene stabilito da una legge di natura che risponde alla stessa che ha forgiato noi esseri umani. La biofilia è una filosofia che sostiene questa legge di natura, che per quanto inafferrabile a tratti, è alla base dell'ipotesi biofilica e del design biofilico,  un criterio di progettazione che analizza e verifica gli aspetti naturali nell'ambiente antropizzato  con il fine di migliorare la qualità dello stesso e della nostra vita. 

Nicola Salingaros, matematico, è un accanito sostenitore del design biofilico ed ha molto da dire su quello che viene stabilita come  giusta misura e armonia dell'effetto estetico delle cose.  Salingaros usa come rifermento il frattale ed il suo grado di complessità , suggerendo  i valori entro i quali ci si sentirebbe al sicuro da stimolazioni percettive, tanto da farle risultare né monotone, e quindi poco stimolanti, né fastidiose e quindi stressanti. Un frattale codifica strutture geometriche su diversi livelli e non ci sono preferenze sulle scale. 

colonne generate da algoritmi  e stampate

colonne generate da algoritmi  e stampate

Tutti i tessuti organici hanno strutture geometriche di base che si ripropongono in modo similare tra loro e legano tra di loro gli umani, gli animali, le piante e quindi i paesaggi. In questa sorta di similitudine si stabilisce tra tutti gli elementi naturali una sorta di "Comunicazione Subliminale", cioè un'attrazione verso i segni densi di significato che risultano  in un senso di piacevolezza e di benessere diffuso senza esserne consapevoli. Se questo concetto risulta intuibile  con l'esperienza visiva, va fatto lo sforzo di applicare lo stesso a tutti gli altri sensi, dal momento che il principio non cambia. Possiamo quindi creare categorie di suoni, tessiture, odori che siano  legate ad esperienze piacevoli, che incontrino la nostra positiva predisposizione. 

A questo punto, ritornando alla performance della generazione algoritmica della colonna mostrata nel video, viene da porsi la seguente domanda: Come si può controllare e gestire il processo creativo artificiale per ottenere un esito finale che possa essere definito non solo universalmente accettabile, ma anche equo, opportuno, conveniente ?   Ma soprattutto c'è da chiedersi se il nostro senso di bello e di armonico  possa evolvere nel tempo in quella sorta di evoluzione epigenetica che sicuramente è già in atto, e che ci potrebbe adattare ad un nuovo ordine delle cose ed educarci ad esperienze spaziali non necessariamente riconducibili ad archetipi naturali, ma controllati da un'intelligenza non più umana.   

Queste considerazioni  creano un'impasse, ma una riflessione su come sono evoluti gli strumenti tecnologici negli ultimi millenni potrebbe aiutare ad uscirne fuori. Il disegno e la tecnica costruttiva hanno sempre rappresentato forme  creative che delegavano l'esecuzione a strumentazioni esterne al nostro corpo, gradatamente sempre più distanti da esso, dalla matita al CAD, dal martello alla stampante. Eppure altrettanto gradualmente il nostro cervello si è adattato al nuovo creare e al nuovo creato con piccoli traumi che sono stati molto bene recuperati.

HAL nel film "2001 Odissea nello spazio" 

HAL nel film "2001 Odissea nello spazio" 

C'è un'atavica  paura della possibile  perdita di controllo sulla macchina, espresso attraverso varie forme di arte come la letteratura ed il cinema. Il film cult  "2001 Odissea nello spazio" è una  favola apocalittica sul destino dell'umanità, la cui  identità risulta diversa dal resto della natura. La storia parla di una missione su Giove in cui un computer (HAL)  si trasforma da strumento affidabile di supporto a  terribile nemico dell'ultimo uomo superstite, e cerca di toccare problematiche antichissime relativa all'identità della natura umana, al suo destino, e al ruolo della conoscenza e della tecnica. La favola però si conclude bene, e non perché la mente umana riesca a sedare la ribellione e l'intraprendenza di quella  artificiale, ma  perché  a monte di questo apparente conflitto uomo-macchina si scopre esserci la volontà dell'uomo stesso (dei responsabili della missione) a stabilire delle priorità sbagliate, in conflitto con la propria  sopravvivenza.   

Gli spazi lavorativi sono cambiati ...di nuovo.

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 A partire dalla metà del secolo scorso  i luoghi di lavoro sono cambiati radicalmente, e non  perché sia cambiato il tipo di lavoro, ma perché sono cambiati gli strumenti  e si sta facendo luce sugli effetti  dell'ambiente costruito sul benessere e sulla produttività.

Una volta esistevano uffici suddivisi in più stanze fisicamente separate tra di loro, ciascuna ospitante un numero esiguo di impiegati. Poi  l'avvento di grandi corporazioni ha generato delle realtà lavorative di enorme scala e  ha sviluppato il concept di spazi aperti organizzati con cubicoli distribuiti secondo geometrie più o meno rigide .

Questa configurazione riusciva ad assicurare un discreto livello di riservatezza, ma, con l'avvento dei grandi spazi privi di ogni separazione, quest'ultima è completamente scomparsa. Stiamo parlando di circa venti anni fa, quando alcuni studi di ricerca avevano dimostrato l'importanza di essere connessi l'uno con l'altro, per creare un modello interno dell'esperienza collettiva. L'isolamento non aiutava le persone a realizzare ciò che gruppi di persone di talento riuscivano a fare quando mettevano in comune le conoscenze, i talenti, le intuizioni di tutti. Ma esagerare in questa direzione  è risultato deleterio.

Nonostante il cervello sia un organo sociale ci sono volte in cui la collaborazione  chiaramente si oppone al buon funzionalmento del cervello. Le ragioni sono diverse. Pensiamo alle emozioni negative del singolo e alla facilità con cui possono diffondersi. Consideriamo quanto le personalità più deboli possano sentirsi sopraffatte da quelle dominanti. E cosa dire poi del problema sulla privacy, già evidente nelle soluzioni degli anni addietro?

scena tratta dal film "Tutti gli uomini del presidente" del 1976.

scena tratta dal film "Tutti gli uomini del presidente" del 1976.

Alla luce di queste analisi  si spiega come mai gli uffici stiano cambiando di nuovo, e non solo per risolvere il problema di uno schema planimetrico indifferenziato, ma per essere allineati con i recenti risultati della psicologia comportamentale, sociale e della scienze cognitive.

La creatività è un  requisito che aiuta a trovare soluzioni fuori dal coro e se si vuole garantire alle persone creative - e spesso introverse - di essere libere da interruzioni o dissipazioni di energia su questioni poco interessanti e per niente correlate al lavoro, sarebbe consigliabile attrezzare lo spazio con un adeguato numero  postazioni individuali e isolate. 

Succede quindi che, mentre Il precedente concept di ufficio si basava su una tecnologia all'avanguardia che tendeva a legare tutto insieme, ora le tecnologie lavorano in direzione opposta. Nuove soluzioni consentono un controllo preciso della propagazione del suono e della luce creando  delimitazioni spaziali laddove non esistono separazioni fisiche. Inoltre la comunicazione wireless  è molto migliorata, e non solo rende possibile sistemi sinergici attraverso la connettività IoT , ma rende possibile  il lavoro a distanza e permette agli impiegati  di partecipare alle riunioni mentre sono a casa o su un treno. Questa apertura alla mobilità  mette in discussione anche il dimensionamento di un ufficio e rende concepibile una superficie di occupazione inferiore ai valori standard di riferimento. 

Ci sono aziende che stanno riducendo gli spazi  in considerazione di una superficie pro-capite e  di un numero di postazioni  inferiori agli standard dettati dal numero di dipendenti. Questo riduce gli  sprechi dei costi per l'affitto dovuto al sottoutilizzo dei posti disponibili. La questione economica legata al mercato immobiliare  è molto sentita specialmente nelle grandi metropoli come New York. Qui gli affitti raggiungono cifre da capogiro e costringono molti ad adottare soluzioni creative, come la collaborazione trasversale tra competenze,  e addirittura il baratto dei servizi offerti. Si tratta  di strategie per aiutare sia le piccole che le grandi imprese a gestire situazioni economiche instabili, quali quelle legate all'avvio di una nuova attività (per la prima) o quelle che vedono affrontare periodi di crisi economica (per la seconda).

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Da considerare inoltre le soluzioni "open"  del design d'arredo e dell'accessoristica, le quali richiedono  una partecipazione e interazione con l'utente finale. Questi è tirato in ballo nella caratterizzazione del prodotto attraverso la scelta del colore, dell'assemblaggio  e addirittura del tipo di  utilizzo. SI tratta di una  modalità progettuale flessibile che permette a tutti di partecipare attivamente alla definizione dell'identità  dello spazio e del marchio per cui si lavora. La flessibilità diventa  un tema  importante  non solo per sposare il concetto di spazio fluente, dinamico e partecipativo, ma anche per favorire una organizzazione più democratica e meno discriminatoria tra le diverse fasce impiegatizie. Laddove le postazioni non sono più fisse, ma interscambiabili, può accadere che la propria scrivania diventi  la scrivania di qualcun altro, e viceversa. I dipendenti coinvolti nella creazione del proprio ambiente di lavoro e nella sua gestione meno gerarchica hanno maggiori probabilità di essere felici, in quanto  vivono il loro ufficio come un ambiente domestico che li aiuta a identificarsi con la cultura dell'organizzazione e sentirsi liberi dagli assoggettamenti a regole poco esplicite e quindi frustranti.

Immagine da linkedin

Immagine da linkedin

Il buonumore è un requisito per essere più produttivi e, sebbene questa sia una qualità molto difficile da misurare, essa influenza l'efficienza e l'efficacia di una squadra di lavoro (intellettuale e non). L'architettura  contribuisce non poco all'ottenimento di questi obiettivi, ma deve assolvere ad un compito delicato di mediazione con la reale  politica aziendale. Nessun concetto spaziale può ottenere risultati positivi in termini di benessere e produttività se non dimostra coerenza e allineamento con le direttive dall'alto. 

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Giusi Ascione

Architetto abilitato dal 1992, LEED Green Associate, con un’esperienza decennale all’estero presso studi di progettazione internazionali (Burt Hill, EMBT/ RMJM, Forum Studio/Clayco). Rientra in Italia nel 2008 per avviare ABidea, dedicato alla progettazione e al retrofit. Nel frattempo presta consulenza presso Proger Spa, NeocogitaSrl, collabora con il GBCItalia. Consulente architetto per spazi rigeneranti e formatore di CFP per architetti, è coinvolta anche in attività di ricerca interdisciplinare centrata sulle relazioni tra il comportamento umano e lo spazio costruito. (EBD - Environmental Psychology)