Partecipare alle sperimentazioni è un atto d’amore.
/Stamattina leggevo riguardo ad un intervento di neuroarchitettura, che forse sarebbe meglio definire di diagnosi postuma degli spazi architettonici, probabilmente realizzati senza l’applicazione rigorosa delle teorie rigenerative della neuroarchitettura. Si trattava di una analisi degli effetti di una architettura appena realizzata sul corpo e sulla psiche degli occupanti.
Che tipo di committenza richiede un servizio di “sola verifica”? Verosimilmente si tratta di titolari d’azienda che desiderano portare nuovi valori, esprimere, attraverso le architetture rapprentative della loro realtà, una sensibilità verso una migliore qualità della vita. Aspettativa legittima visti anche gli importanti investimenti di tempo e di soldi.
Alla base di questo atteggiamento c’è spesso la convinzione che le scelte progettuali virtuose siano frutto di una strategia di scelte OTC (over the counter) , cioè di una semplice selezione di materiali naturali, di rispetto di prerequisiti o requisiti di protocolli per la sostenibilità ambientale, ed un pizzico di biofilia. Usare il legno, garantire una buona illuminazione diurna ed inserire piante sparse o loro raffigurazioni, sono certamente delle buone mosse, ma non sono sufficienti a garantire risultati soddisfacenti.
Esiste però un vantaggio in questo tipo di “pratica” postuma: quello di concretizzare delle ipotesi e di realizzare senza la pretesa di creare l’esatto, l’inappuntabile, il certificabile, (responsabile di ritardi e burocrazie). Queste ipotesi consentono un’ananlisi che non teme intoppi, ma produce molte opportunità per verificare situazioni reali e vissute.
Il problema vero, che si presenta costantemente in ogni caso, è come affrontare la complessità dell’interazione tra individuo e sistema. L’ergonomia cognitiva presenta delle analogie con l’architettura, essa affronta lo stesso dilemma, anche se ha il vantaggio di avere come rifermento una letteratura più consolidata e ricca rispetto a quella della nascente disciplina. In entrambi i casi abbiamo due possibilità per affrontare la complessità:
affrontare il problema ad un macro-livello, che ostacola conclusioni definite,
oppure cercare di ridurre la complessità, studiando aspetti specifici di nostro interesse in condizioni più controllate (laboratorio, simulazioni di spazi semplificati), approccio che però presenta il limite di non comprendere il fenomeno nella sua totalità.
Nel nostro caso il sistema di riferimento è il layout architettonico e non uno strumento tecnologico, un’interfaccia che consenta piena efficienza nell’utilizzo, e dove l’errore di interazione non è tollerato. Inoltre in neuroarchitettura il processo da analizzare è l’inverso, cioè si considerano gli effetti molteplici che lo spazio (strumento) ha sul nostro comportamento, condizionabile ma con il vantaggio di essere libero di esprimersi.
Le teorie di riferimento in neuroarchitettura comunque non mancano. Tra le più considerate ci sono sono quelle relative al SRT (teoria di rigenerazione dello stress, formulata da Roger Ulrich) e al ART (Teoria del ripristino dell'attenzione, sviluppata da Stephen e Rachel Kaplan), di grande aiuto soprattutto nei contesti lavorativi o di apprendimento. Tale teorie ricorrono sempre a misurazioni dei cambiamenti nell'affettività auto-riferita, del cortisolo, della pressione sanguigna, della conduttanza cutanea, della frequenza cardiaca e della variabilità della frequenza cardiaca, HRV. Quest’ultima risulta quella più utilizzata grazie ad un monitoraggio corporeo che risulta poco invasivo e distante dal dominio prettamente medico (vedi nota 1).
La HRV è la variazione dell’intervallo di tempo tra battiti cardiaci successivi, misura le piccole fluttuazioni negli intervalli tra un battito e l’altro, ed è un indicatore chiave di stress e benessere psicofisico. Essa riflette il bilanciamento tra sistema nervoso simpatico e parasimpatico, cioè quanto il fisico si dimostra resiliente allo stress, inteso con valenza sia negativa che positiva ( lo stress aiuta ad affrontare e superare gli ostacoli e risolvere problemi).
Interessante è sapere che SRT e ART si intersecano e raramente si escludono a vicenda. Ad esempio, il ripristino cognitivo potrebbe contribuire ad un'efficace regolazione delle emozioni, oppure la riduzione dello stress potrebbe contribuire a spiegare il miglioramento della qualità del sonno. Questi intrecci di cause ed effetti pongono il freno alle alte aspettative sui dati raccolti, soprattutto per il limite di non poter restituire un quadro chiaro nell’immediato.
Ho avuto la fortuna di poter monitorare una condizione di pre e di post intervento di ristrutturazione, ma ho anche provato la difficoltà e la frustrazione per non poter accertare nei tempi brevi, ai soggetti coinvolti, l’affidabilità dei primi risultati e la totale efficienza dell’operazione in atto. Il processo di raccolta e analisi dei dati richiede tempi lunghi e prudenza per consentire alla ricerca conferme e confronti incrociati.
Ripagare i soggetti per la fiducia nella ricerca, la disponibilità ad essere monitorati, il tempo dedicato, diventa un ulteriore obiettivo e carico da parte di chi è coinvolto in questo settore.
NOTA 1) *Può sembrare strano, ma raramente un cardiologo valuta la HRV media nel tempo. È un parametro usato soprattutto in studi con approccio olistico. Termini come “stress” o “ansia” restano ancora poco utilizzati nella medicina tradizionale. In neuroarchitettura, invece, questi concetti sono fondamentali e si integrano con riferimenti alla neurofisiologia e alla psicofisiologia.*