Progettare le differenze senza stereotipi

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Esistono fattori endogeni che contribuiscono a determinare differenti reazioni e comportamenti rispetto all’ambiente. Molto spesso, queste differenze vengono attribuite alle categorie di appartenenza — genere, età, ruolo sociale, provenienza culturale — ritenute capaci di predisporre a competenze, sensibilità e modalità di azione differenti.

Nel campo della neuroarchitettura, la differenza di genere è tra le meno tematizzate in modo sistematico, ma spesso agisce in modo implicito nelle scelte progettuali. Nonostante molte argomentazioni in questo ambito mostrino ancora una certa fragilità, perché basate su osservazioni superficiali più che su analisi rigorose, resta fondamentale mantenere alta l’attenzione sul tema più generale della diversità. È proprio la capacità di confrontarsi con la variabilità umana, infatti, a costituire uno dei punti di forza della buona architettura e uno degli elementi distintivi della neuroarchitettura.

In effetti, esistono ricerche e sperimentazioni che confermano la presenza di alcune tendenze comportamentali ricorrenti, maschili e femminili, nel modo di rispondere a determinate configurazioni spaziali. Si tratta però di tendenze, non di essenze, e vanno sempre lette alla luce dell’intreccio tra fattori biologici, culturali e situazionali.

Si considerino, ad esempio, alcuni ambiti pubblici come ristoranti o bar. In questi contesti, convenzioni sociali, abitudini apprese e reazioni fisiologiche si intrecciano e restituiscono configurazioni comportamentali riconoscibili. Lo spazio personale e intimo varia nei suoi confini e nelle sue dimensioni, rivelando una diversa percezione e interpretazione delle distanze tra le persone. Un esempio ricorrente riguarda la postura assunta alle sedute dei banconi: tra donne è più frequente una disposizione frontale, che facilita il contatto visivo e lo scambio diretto; tra uomini, invece, si osserva più spesso una disposizione laterale, in cui la conversazione avviene senza un costante confronto degli sguardi. Si tratta di abitudini determinate da ruoli e convenzioni sociali, o di esigenze comunicative differenti? E soprattutto: possono cambiare nel tempo?

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Se l’obiettivo della progettazione è anticipare le aspettative degli utenti e proporre configurazioni quanto più possibile congeniali, questa attenzione alle tendenze comportamentali non solo è lecita, ma può risultare auspicabile. Occorre tuttavia essere pronti a un aggiornamento continuo: sia quando il cambiamento emerge dal basso, come espressione dell’evoluzione antropologica e culturale, sia quando viene promosso dall’alto, per volontà della committenza o per una precisa scelta progettuale, purché eticamente fondata.

In questo secondo caso, il progetto può anche decidere di non limitarsi ad assecondare le aspettative, ma di metterle in crisi, introducendo stimoli destabilizzanti che inducano usi inconsueti dello spazio. La risposta può essere positiva, producendo un nuovo equilibrio; ma può anche essere vissuta come una provocazione o generare disagio. È qui che il progetto smette di essere neutro e assume una funzione culturale.

La sperimentazione neuroarchitettonica — sia in fase di analisi iniziale sia in fase di verifica finale, ad esempio all’interno di un processo di ristrutturazione — ricorre spesso a tipizzazioni per cogliere la variabilità umana. Ma proprio qui si apre un rischio importante: quello di cadere nella trappola delle semplificazioni e degli stereotipi, cioè di quelle “immagini nella mente” che utilizziamo per interpretare la realtà sociale, per riprendere Lippmann. Gli stereotipi sono scorciatoie cognitive che generalizzano caratteristiche, comportamenti e abilità di un gruppo; proprio per questo possono diventare strumenti di distorsione, producendo svantaggio per il gruppo osservato o per quello che osserva.

Per superare questo limite non basta rinunciare alle categorie: occorre usarle con metodo, cautela e consapevolezza critica. In particolare, può essere utile andare oltre la semplice considerazione dei valori medi, che tendono a uniformare i dati e a nascondere le asimmetrie, gli scarti, i picchi. In molti casi, la mediana descrive meglio il comportamento tipico del sistema, perché è meno sensibile agli estremi e restituisce una visione più stabile della distribuzione. In altre parole, aiuta a non appiattire la realtà, ma a coglierne meglio le sfumature.

rappresentazione del valore mediano, non medio

Questa cautela è particolarmente importante quando si affrontano differenze che rischiano di essere lette in modo pseudo-scientifico. Si prenda il caso del senso dell’orientamento e delle abilità di navigazione spaziale. In media, i giovani mostrano prestazioni migliori rispetto agli anziani: si tratta di una tendenza fisiologica nota, pur con le eccezioni che sempre accompagnano ogni regolarità statistica. Questa informazione può essere utile, ad esempio, nel decidere se privilegiare un’esperienza dello spazio di tipo allocentrico o egocentrico in una RSA, rispetto a quanto potrebbe accadere in un contesto scolastico. Ma privilegiare non significa escludere: il progetto più adeguato è quello che orienta senza rigidamente chiudere le alternative.

Più delicata è invece la questione delle differenze attribuite al genere. Studi recenti hanno rivisitato criticamente la convinzione secondo cui gli uomini sarebbero naturalmente più abili delle donne nella navigazione spaziale. In molti casi, l’analisi ha mostrato che le stesse procedure sperimentali o il modo in cui vengono formulate le domande contengono pregiudizi impliciti che influenzano le risposte. Qui entra in gioco la cosiddetta minaccia dello stereotipo: una pressione psicologica che si attiva quando un individuo tende a confermare il pregiudizio associato al proprio gruppo di appartenenza. Questo fenomeno può ridurre la prestazione e la motivazione indipendentemente dalle capacità reali.

Da qui deriva una conseguenza importante per la progettazione: anche quando si osservano differenze statistiche o tendenze ricorrenti, è essenziale interrogarsi sulle condizioni che le producono, per evitare di tradurre in forma spaziale premesse discriminatorie. L’obiettivo non è negare le differenze, ma comprenderle meglio, distinguendo ciò che è fisiologico da ciò che è culturalmente indotto, e ciò che merita di essere accolto da ciò che, invece, andrebbe trasformato.